729 145. Vedeva che alcuni desideravano ardentemente
le cariche dell'Ordine, delle quali si rendevano indegni,
oltre al resto, anche per la sola ambizione di governare.
E diceva che questi non erano frati minori, ma avevano dimenticato
la loro vocazione ed erano decaduti dalla gloria. Confutava
poi con abbondanza di argomenti alcuni miserabili, che sopportavano
a malincuore di essere rimossi dai vari uffici, perché
più che l'onere cercavano l'onore.
Un giorno disse al suo compagno: «Non mi sembrerebbe
di essere frate minore se non fossi nella disposizione che
ti descriverò. Ecco – spiegò - essendo
superiore dei frati vado al capitolo, predico, li ammonisco,
e alla fine si grida contro di me: - Non è adatto per
noi un uomo senza cultura e dappoco. Perciò non vogliamo
che tu regni su di noi, perché non sei eloquente, sei
semplice ed ignorante. Alla fine sono scacciato con obbrobrio,
vilipeso da tutti. Ti dico: se non ascolterò queste
parole conservando lo stesso volto, la stessa letizia di animo,
lo stesso proposito di santità, non sono per niente
frate minore».
E aggiungeva: «Il superiorato è occasione di
caduta, la lode di precipizio. L'umiltà del suddito
invece porta alla salvezza dell'anima. Perché allora
volgiamo l'animo più ai pericoli che ai vantaggi, quando
abbiamo la vita per acquistarci meriti?».